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«Home Restaurant senza Scia» Ma Fipe smentisce: Regole precise

Un giudice di pace toscano si è pronunciato a favore dell’attività dei cosiddetti ristoranti casalinghi, ma la Federazione dei pubblici esercizi ricorda che invece una regolamentazione esiste e va rispettata. Il direttore Roberto Calugi: «Sono attività di somministrazione e come tali devono avere requisiti di onorabilità e professionalità».


Fa discutere la notizia, pubblicata in queste ore da alcune testate, della sentenza di un giudice di pace toscano che, accogliendo il ricorso di un cittadino, avrebbe di fatto dato il via libera all’attività di Home Restaurant nel Comune di Montopoli (Pi), dopo che il Comune, scoperta l’attività, aveva cercato di impedirla con un’ordinanza per la mancata Segnalazione certificata di inizio attività (Scia).

Una questione delicata, di cui già ci siamo occupati in passato, per cui esistono, contrariamente a quanto afferma il giudice di pace di San Miniato (Pi) che ha emesso la sentenza, regole ben precise: «Il ministero dello Sviluppo economico e il ministero dell’Interno», ricorda Roberto Calugi, direttore generale di Fipe, «hanno sempre sostenuto che l’attività di Home Restaurant - definita come “preparazione di pranzi e di cene presso il proprio domicilio in giorni dedicati e per poche persone, trattate, perlopiù, come ospiti personali ma paganti” - sia un’attività economica da inquadrare come attività di somministrazione di alimenti e bevande, essendo, come tale, esercitabile previo possesso dei requisiti di onorabilità e professionalità e previa presentazione di una Scia, qualora si svolga in zone non tutelate, o previa richiesta di un’autorizzazione, ove svolta in zone tutelate».

Tale impostazione - espressa con le Risoluzioni del Mise n. 50481/2015, n. 332573/2016 e n. 493338/2017 e con le note del ministero dell’Interno del 14 ottobre 2016 e del 30 gennaio 2019 - è stata, d’altro canto, confermata in sede di conferenza unificata del 17 aprile 2019, ove il Governo, le Regioni, e le Province autonome, l’Anci e l’Upi, con atto n. 28/CU hanno previsto l’inserimento di un espresso riferimento all’attività di Home Restaurant nella modulistica concernente la Scia.

«Dunque, allo stato attuale - dice ancora Calugi - chi effettua preparazione in ambito domestico di alimenti non destinati al consumo privato ma alla commercializzazione e/o somministrazione deve rispettare le norme amministrative che impongono la presentazione della Scia, il possesso dei requisiti morali e professionali previsti per la somministrazione, il rispetto di norme sanitarie che impongono la notifica igienico sanitaria e la presentazione di un piano di autocontrollo Haccp, così come le norme urbanistiche ed edilizie comunali, con conseguente verifica se, nella zona in cui è situata l’abitazione, sia consentita l’attività di somministrazione di alimenti e bevande».

Accorgimenti e disposizioni indispensabili, secondo la Federazione dei pubblici esercizi, non solo per evitare il prodursi di distorsioni nelle dinamiche concorrenziali del settore della ristorazione, ma anche, e soprattutto, a tutela dei consumatori. Resta la perplessità sul fatto che la questione possa finire non davanti a un tribunale vero e proprio, ma sul tavolo di un giudice di pace, rischiando, come in questo caso, di sortire sentenze che vanno contro alla legislazione vigente, contribuendo a creare ulteriore confusione.




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