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«Alta Valmerecchia tornerebbe indietro»

Amerigo Varotti: «Quando parlo con le gente, nessuno dice di aver votato sì»

«Sindrome dell’erba del vicino». La diagnosi di Amerigo Varotti, direttore della Confcommercio Pesaro e Urbino ed ex-coordinatore del Comitato per il no al passaggio all’Alta Valmarecchia in Romagna, è il colpo sferzante ai secessionismi e al temuto/sperato distacco dei Comuni di Montecopiolo e Sassofeltrio dalle Marche. Negli ultimi giorni si sta nuovamente concretizzando l’ipotesi di una proposta di legge pronta ad andare al voto alla Camera, così uno dei principali oppositori a quella che è stata l’unica revisione di confini della storia repubblicana, mette sulla bilancia pro e contro di una scelta controversa.

«Non credo – dice che il Montefeltro abbia bisogno di questo. Veniamo dall’esperienza dell’Alta Valmarecchia, il cui distacco ha creato soltanto problemi ai cittadini. Ciò che è avvenuto ai sette comuni (adesso romagnoli) nel 2009, al di là del fatto che è stato il seguito del volere dei cittadini, non ha prodotto esiti positivi. Oggi, dopo sette anni, se rifacessimo il referendum, avremmo quasi esclusivamente contrari. Salvo i pasdaran del sì, tra gli artigiani, i commercianti, tra i pensionati, insomma tra i normali cittadini, non se ne trova più uno che abbia votato sì».

Perché secondo lei?
«Ancora, dopo tanto tempo, non c’è un piano regolatore della vallata. I piani urbanistici non sono stati adeguati alle normative dell’Emilia Romagna. Il trasposto pubblico locale è a carico dei Comuni: se prima le Marche riconoscevano una quota alle società private ora questo non succede più. Il Comune di Novafeltria spende 120mila euro l’anno per avere un servizio che prima era gratuito. Altro esempio negativo, le farmacie rurali: le Marche pagavano un bonus per mantenere il servizio nelle zone montane. Ora, non solo il bonus non c’è più, ma l’Emilia Romagna incentiva la vendita di farmaci all’interno delle farmacie ospedaliere. Tra gli argomenti forti dei secessionisti c’erano infine sanità e viabilità: avremmo dovuto fare uno scatto in avanti, ma non è cambiato nulla, se in peggio. L’ospedale di Novafeltria è stato depotenziato e molti promotori del sì sono entrati a far parte di un Comitato in difesa del nosocomio. Non ci sono stati interventi infrastrutturali: le promesse di un collegamento con la Valle del Savio e l’E45 sono rimaste lettera morta. Per mesi dopo il voto, le persone mi telefonavano per informarsi sulla possibilità di un “contro-referendum”. Già i costi assicurativi più alti avevano fatto capire loro lo sbaglio».

E nel settore di cui lei si occupa, il turismo, quali bilancio?
«Negativo. L’entroterra non è compatibile con il modello balneare romagnolo. Gli operatori stranieri lo avevano intuito per tempo: all’estero la promozione che fa riferimento alla costa non funziona. A ciò si aggiungono i problemi di ordine burocratico- amministrativo. Un giovane imprenditore di Novafeltria che voleva ampliare il proprio agriturismo, ricevuto l’ok dei tecnici comunali si è dovuto fermare di fronte al mancato adeguamento alle normative urbanistiche di cui parlavo prima. A livello promozionale siamo rimesti ai depliant che circolavano anni fa».

Non usa toni troppo drammatici?
«No, onestamente no. E spero che la secessione non trovi sostenitori in Parlamento, sarebbe indecoroso. E’ paradossale che si parli ancora di queste cose mentre si sta ragionando sulla macroregione dell’Italia centrale. Romano Prodi in passato propose di modificare l’articolo 32 della Costituzione che disciplina anche il distacco, per non subordinare l’interesse comune di un territorio ai campanili. Purtroppo non è stato ascoltato e nell’ultima riforma costituzionale non c’è traccia di questo indirizzo. I nostri deputati avrebbero potuto portare un emendamento, estendendo la potestà referendaria alle Regioni, ma per questo siamo in ritardo. »





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